Servizi per l'agricoltura, domande di contributo, adempimenti e opportunità. L'intervista a Cinzia Crocilli che ci parla del suo lavoro

Quale è il suo ruolo e come impatta sulle imprese agricole
Il mio ruolo è di quello di Responsabile Regionale del Centro d'Assistenza Agricolo CIA Umbria. In particolare, coordino le attività tecniche, mi occupo di formazione di tutta la rete degli operatori CAA, di informazione verso le aziende agricole per quanto riguarda tutti gli adempimenti e le opportunità del settore. Monitoro l'avanzamento delle campagne, assicuro la conformità e la correttezza delle Domande di contributo presentate, gestendo in prima persona i rapporti con il livello nazionale e con gli Uffici del Settore Agricoltura della Regione Umbria.

Quello su cui lavorerà il suo ufficio nei prossimi mesi
I prossimi mesi saranno molto impegnativi per il mio settore, in quanto affronteremo molteplici attività quali AMS contestazioni/accettazioni delle verifiche del monitoraggio satellitare anno 2025, domande integrative premio accoppiato latte, domande agricat, deleghe assicurative, piani di coltivazione, PGIR, Domande Unificate (pagamenti diretti e CSR), Notifiche Sqnpi 2026, controllo di primo e secondo livello, Uma, istruttorie PSR anno 2025, allineamento dello schedario viticolo dall'alfanumerico al grafico.
Nel mio ruolo è importante riuscire a instaurare una rete di collaborazioni con i diversi attori, a partire dalle aziende agricole, dando disponibilità e risposte alle varie esigenze, assieme ai tecnici e i professionisti delle aree territoriali. Non meno importante è il rapporto con le istituzioni, in quanto uno scambio continuo di informazioni è utile e fondamentale per accrescere la nostra potenzialità al servizio degli agricoltori e degli allevatori.

Lei è una Delegata, ci spiega questo ruolo
Sì, sono stata nominata dall'Assemblea territoriale dell'area del Trasimeno per partecipare al Congresso e all'Assemblea regionale, rappresentando due categorie, quella delle DONNE e dei DIPENDENTI.

Ci parli del recente Congresso regionale (27 febbraio) e del percorso che avete fatto negli ultimi anni in CIA
Il Congresso regionale di CIA Umbria è stata un'esperienza molto positiva, sia da un punto di vista professionale che umano. Di grande livello le analisi e le riflessioni dei partecipanti e dei delegati sul percorso fatto. In tutti gli interventi sono state evidenziate le criticità e le difficoltà che la CIA Umbria ha dovuto affrontare nelle gestioni passate, è stato raccontato il percorso di messa in sicurezza, crescita e sviluppo di visione e sevizi che abbiamo fatto negli ultimi 8 anni. Quello che è venuto fuori è stata una forte unione tra la gestione e la rappresentanza. Un' evoluzione a mio avviso decisiva che è stata la base necessaria del cambiamento.
Sotto la guida regionale di Matteo Bartolini e del suo gruppo di lavoro il cambio di passo si è visto in particolare nel metodo decisionale e nella partecipazione, nella condivisione delle scelte e nel processo di coinvolgimento interno di uffici e persone. Sono state diverse le sfide e le problematicità che abbiamo dovuto superare, oggi però possiamo dire di esserci riusciti, insieme, dirigenza, lavoratori e lavoratrici.

La crisi del sistema agroalimentare globale apre lo spazio a modelli fondati su relazioni, responsabilità condivisa e partecipazione delle comunità territoriali

C'è un momento, nella storia dei sistemi produttivi, in cui i numeri smettono di bastare. È il momento in cui le statistiche continuano a descrivere crescita, volumi, scambi, ma il corpo vivo del sistema comincia a mostrare segni di affaticamento profondo. L'agricoltura e l'agroalimentare oggi si trovano esattamente in questo passaggio. Non siamo di fronte a una crisi passeggera, né a una semplice fase di aggiustamento quanto piuttosto ad una frattura tra ciò che il sistema chiede al mondo agricolo e ciò che, in cambio, è disposto a riconoscergli.
Gli agricoltori sono chiamati a produrre cibo in quantità, a prezzi contenuti, garantendo standard sempre più elevati di qualità, sicurezza e sostenibilità. Sono chiamati a custodire il paesaggio, a mitigare gli effetti del cambiamento climatico, a mantenere vivi i territori interni e rurali. Eppure, nel racconto economico dominante, restano spesso l'ultima voce della filiera, quella con meno potere contrattuale e con meno margini di scelta.
Il cambiamento climatico ha reso questa contraddizione ancora più evidente. La terra non risponde più secondo ritmi prevedibili. Le stagioni si accorciano o si sovrappongono, l'acqua manca quando servirebbe e arriva con violenza quando non può essere trattenuta. In questo scenario l'agricoltura continua a essere trattata come se fosse un settore industriale qualunque, chiamato a rispettare contratti, tempi e prezzi stabiliti altrove, mentre il rischio climatico resta quasi interamente sulle spalle di chi coltiva. È una distorsione profonda, perché trasforma l'imprevisto naturale in una colpa economica.
A tutto questo si somma l'aumento strutturale dei costi di produzione. Energia, fertilizzanti, mangimi, lavoro, trasporti sono voci del bilancio aziendale che crescono, mentre il prezzo riconosciuto ai prodotti agricoli resta spesso immobile o addirittura in calo. Lo vediamo in queste settimane dove il prezzo del latte sullo scaffale della grande distribuzione aumenta mentra il prezzo del latte alla stalla diminuisce. È come se il sistema chiedesse all'agricoltura di fare sempre di più con sempre meno, confidando nella sua resilienza come se fosse una risorsa inesauribile. Ma la resilienza, quando non è sostenuta da un'economia giusta, diventa solo resistenza allo sfinimento.
Il nodo centrale resta la filiera. Negli ultimi decenni abbiamo costruito catene agroalimentari efficienti, rapide, globali, ma sempre più squilibrate. Il valore si concentra a valle, dove si decide il prezzo, la comunicazione, il posizionamento sul mercato. A monte resta il lavoro, il rischio, l'incertezza. Questo squilibrio non è un accidente ma il risultato di un modello che ha separato il cibo dalla terra, il consumo dalla produzione, il prezzo dal valore.
In questo contesto si inseriscono le grandi dinamiche del commercio internazionale. I dazi che tornano a essere strumento di pressione geopolitica, gli accordi di libero scambio che mettono in concorrenza sistemi agricoli profondamente diversi, come nel caso del Mercosur, pongono una domanda che troppo spesso resta sullo sfondo: che idea di agricoltura vogliamo difendere? Non si tratta di chiudersi al mondo, ma di chiedere reciprocità, rispetto delle regole, riconoscimento del valore ambientale e sociale delle produzioni europee. Senza questo, la competizione diventa una corsa al ribasso che l'agricoltura più fragile non può vincere.
Siamo arrivati così a un punto di saturazione. Continuare a spingere sull'aumento delle rese, sulla riduzione dei costi, sulla monocultura significa ignorare un dato semplice nel quale il modello attuale produce cibo, ma consuma agricoltura. Consuma suolo, consuma relazioni, consuma futuro. E quando un sistema consuma il proprio fondamento, prima o poi si trova senza ricambio generazionale e quindi senza appoggio futuro.
È qui che si apre lo spazio per un cambiamento di sguardo, prima ancora che di politiche. Serve un passaggio dall'economia della massimizzazione all'economia della relazione. Un'economia che non misura solo quanto produciamo, ma come lo produciamo e con chi. In questo senso, l'economia civile non è un'utopia gentile, ma una proposta radicalmente concreta. Rimette al centro la persona, la comunità, la responsabilità condivisa, senza rinunciare al mercato, ma sottraendolo alla sua deriva autoreferenziale.
Applicata all'agricoltura, questa visione significa ricostruire legami. Tra chi produce e chi consuma, tra città e campagna, tra prezzo e valore. Significa immaginare filiere in cui il cittadino non sia solo un acquirente distratto, ma un soggetto consapevole, capace di partecipare alle scelte produttive. Significa riconoscere che il cibo non è una merce come le altre, perché porta con sé salute, cultura, paesaggio, lavoro.
Le esperienze che vanno in questa direzione, dalle comunità del cibo ai marchi collettivi partecipati, non sono nostalgie del passato, ma anticipazioni di futuro. Sono tentativi, ancora imperfetti, di rimettere l'agricoltura dentro un patto sociale più ampio. Un patto in cui il valore viene condiviso lungo la filiera e in cui la sostenibilità non è un costo da scaricare su qualcuno, ma un investimento comune.
In questa prospettiva, il legame tra salute dell'ambiente, salute delle persone e salute dell'economia agricola diventa evidente. Non può esistere un'agricoltura economicamente sana in un ambiente degradato, né un'alimentazione davvero sana in un sistema che impoverisce chi produce. È una visione integrata, che oggi qualcuno chiama One Health, ma che in realtà recupera un sapere antico che ci ricorda che tutto è connesso.
Rimettere l'agricoltura al centro significa allora riconoscerle un ruolo che va oltre la produzione di materia prima. Significa considerarla infrastruttura sociale, economica e culturale. Non come settore da assistere, ma come alleato strategico per affrontare le grandi sfide del nostro tempo. Il futuro dell'agroalimentare non si giocherà solo sull'innovazione tecnologica, ma sulla capacità di immaginare un'economia che non divori ciò che pretende di valorizzare. E forse, proprio da questa crisi profonda, può nascere l'occasione per ricominciare a coltivare non solo la terra, ma anche il senso delle nostre scelte collettive.

Matteo Bartolini, presidente CIA Agricoltori Italiani dell'Umbria

Cia Umbria elegge cariche e organi regionali e approva le linee programmatiche per i prossimi anni

Durante il Congresso si sono svolti panel tematici alla presenza di: Stefania Proietti, presidente della Regione Umbria; Simona Meloni, assessore all'Agricoltura della Regione Umbria; Vittoria Ferdinandi, Sindaca di Perugia; David Grohmann, assessore Politiche del Cibo del Comune di Perugia.


Da Perugia arriva la conferma per acclamazione di Matteo Bartolini alla guida (per i prossimi 4 anni) di CIA Agricoltori Italiani dell'Umbria. L'elezione è arrivata durante il Congresso regionale, che si è svolto venerdì 27 febbraio a Perugia, che ha coinvolto gli associati provenienti da tutti i comprensori territoriali. Una conferma quella di Matteo Bartolini voluta fortemente dall'Assemblea che negli interventi mattutini ha ribadito il sostegno compatto al lavoro e alla visione politica e tecnica del presidente Bartolini e del suo gruppo di lavoro. Come spiega Matteo Bartolini, presidente CIA Agricoltori Italiani dell'Umbria: "Ripartiamo con alcune sfide vinte, ma soprattutto molto fiduciosi perché nonostante un futuro complesso c'è una CIA Umbria coesa, compattata e competente che continuerà a lavorare supportando le nostre aziende, i territori e l'indotto agroalimentare della nostra regione. Siamo convinti che gli sforzi di questi anni abbiano prodotto risultati molto importanti, ma siamo consapevoli che bisogna continuare a lavorare con serietà, visione e competenza".

I lavori del Congresso regionale di CIA Agricoltori Italiani dell'Umbria rappresentano un momento centrale della vita associativa che ha portato al rinnovo delle cariche regionali e dei delegati e alla definizione delle linee programmatiche che guideranno l'organizzazione nel prossimo mandato. Eletti infatti anche il Collegio dei Garanti, il Collegio dei Revisori e il Consiglio Direttivo.

L'appuntamento di venerdì 27 febbraio assume un valore strategico in una fase particolarmente delicata per il settore primario, chiamato a confrontarsi con cambiamenti strutturali, trasformazioni di mercato e nuove politiche europee e nazionali.
Un passaggio chiave per il sistema agricolo umbro. In questa fase Il comparto è chiamato ad affrontare sfide strutturali come: l'attuazione della nuova PAC e la piena valorizzazione delle misure regionali; la transizione ecologica e la riduzione dell'impatto ambientale; l'innovazione tecnologica e la digitalizzazione dei processi produttivi; la tutela delle produzioni di qualità e delle filiere certificate; il rafforzamento delle filiere locali e delle reti di impresa; il ricambio generazionale e il sostegno all'imprenditoria giovanile; la valorizzazione delle aree interne e il contrasto allo spopolamento rurale.

In questo contesto il Congresso ha rappresentato un luogo di sintesi e di proposta, capace di delineare una visione chiara per il futuro dell'agricoltura regionale.

Dopo il rinnovo degli organismi, il pomeriggio, ha visto il confronto con le istituzioni e tra gli operatori. La sessione pomeridiana si è aperta con gli interventi di Stefania Proietti, presidente della Regione Umbria; Vittoria Ferdinandi, sindaca del Comune di Perugia.

Subito dopo si è svolto il panel tematico "Dalla filiera all'ecosistema", un momento di confronto dedicato all'evoluzione del modello agroalimentare con Simona Meloni, assessore all'Agricoltura della Regione Umbria; David Grohmann, assessore Ambiente e Politiche del Cibo del Comune di Perugia; Federico Varazi, vicepresidente nazionale Slow Food Italia; Virginia Ruspolini, presidente AGIA; Giordano Stella, responsabile scientifico Birà, food coop di Perugia; Fabio Bellachioma, cooperativa tra Produttori Agricoli di Colle del Marchese; Alessandro Granieri, imprenditore  agroalimentare.

Il Congresso regionale ha confermato il ruolo di CIA Umbria come punto di riferimento per migliaia di imprese agricole del territorio.

 

Giorgio Vicario
Ufficio stampa
Mg2 comunicazione – studio associato
349 2903197

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